IBC – The month after

17 ottobre 2011 Nessun commento

A volte è utile non cadere nel fascino dell’ immediatezza e lasciare che le impressioni decantino fino a liberarsi dai bells and whistles e assumere contorni meno scintillanti ma più concreti. Perché, diciamolo, la IBC possiamo chiamarla come vogliamo ma basicamente resta sempre e comunque una fiera e come tale è regno di saltimbanchi, giocolieri, prestigiatori e zucchero filato. Quest’ anno, a baracconi smontati e altoparlanti spenti, mi sembra giusto  esprimere grande e incondizionata ammirazione per la categoria degli imbonitori.  Costoro, muniti come sempre di badge e biglietti da visita che li definiscono CEO, AD o direttori di qualcosa, hanno affrontato con grande professionalità ed estremo sprezzo del ridicolo la mission impossible di oscurare la realtà e creare dal nulla il film di un settore proiettato – al limite con qualche sporadico rallentamento – verso un radioso futuro di crescita, commesse e revenues. Chapeau.
Il mantra di quest’anno, ripetuto con tanta frequenza da risultare quasi sospetto, è stato il vecchio detto – credo di origine cinese – secondo il quale ogni crisi è un’ opportunità.  Il che è sicuramente vero e incontestabile; ci sono casi, tuttavia, nei quali l’opportunità potrebbe essere quella di cambiare mestiere o quella di concedersi l’interessante esperienza di pranzare alla mensa della Caritas:  succede ogni giorno, di questi tempi, a parecchie persone in tutto il pianeta. Gli imbonitori lo sanno benissimo ma si attengono al copione del tutto va ben madama la marchesa e fanno il proprio mestiere in modo encomiabile; mai come quest’anno però ho percepito, in certi sguardi e in certi sorrisoni da b-movie, la stanchezza della recitazione. Ammirevoli anche certe arditissime arrampicate sugli specchi finalizzate a spacciare per novità rivoluzionaria qualsiasi  minima variazione nelle caratteristiche del prodotto. In realtà a questa IBC novità tecnologiche ne abbiamo viste ben poche, com’era del resto logico e prevedibile. La nuvola, il cloud,  di conseguenza è stata la protagonista di millanta discorsi, presentazioni, forse anche brindisi. Trovo che il fenomeno sia parecchio preoccupante: quando la ricerca della novità induce a investire risorse ed energie in campagne di marketing finalizzate a pubblicizzare l’esistente come fosse una novità, c’è qualcosa che non gira come dovrebbe.  L ‘ outsourcing è vecchio come il cucco, sono ormai anni che – per dire – affidiamo le nostre attività di comunicazione scritta a strutture esterne come G-mail, usiamo Flickr per fare editing sulle fotografie del compleanno , eccetera.  Era semplicemente inevitabile che, in periodo di vacche anoressiche, spuntassero come i funghi questi servizi esterni che di concettualmente innovativo non hanno proprio nulla. Una campagna di Visual Unity strategicamente affidata all’affissione sulle porte dei cessi della IBC, inoltre, aiutava a non dimenticare l’ovvio: il cloud, in molti casi, altro non è se non un ripiego da scegliere quando non ci sono quattrini perché inevitabilmente introduce anelli deboli in una catena (o la vogliamo chiamare filiera, che fa tanto figo?) che invece dovrebbe essere quanto più possibile sotto controllo ed esente da latenze e/o disfunzioni causate da terze parti in gioco. Nulla di male, questione di scelte;  però chiamatela delocalizzazione senza evocare immagini di nuvolette e angioletti con le alette: chi sceglie di usufruire di un servizio cloud conta di ridurre i costi non tanto alla voce “attrezzature” bensì alla voce “personale”, musse non ce n’è.
E del resto, per come la vedo io, il nostro settore si trova a dover tentare di gestire due situazioni di crisi. Una, quella economica e finanziaria mondiale, generalizzata; la seconda, forse più preoccupante, legata per assurdo alla continua evoluzione tecnologica. Propongo la visione di un brevissimo clip video: si tratta di quaranta secondi girati in un pomeriggio piovoso, quando alla IBC erano in programma le dimostrazioni in esterno delle videocamere state-of- the art.  Passavo di lì dopo una birra, queste immagini sono state riprese con una fotocamera consumer Canon Powershot A1200 HD “entry level”, prezzo inferiore ai 100 euri, appoggiata alla ringhiera per aver modo di fumare una sigaretta in santa pace.


In questa surreale partita di beach-volley succede qualcosa di inatteso: la palla sfugge al controllo dei giocatori e per puro caso passa a pochi centimetri dalla mia fotocamera. In caso di impatto sarebbe stato un disastro, ma non è questo il punto. Il punto è che la mia postazione, scelta per caso, ha prodotto l’inquadratura più emozionante della partita con buona pace delle macchine professionali e degli operatori sicuramente espertissimi appostati dall’altra parte. La reazione spontanea della divertita ragazza bionda (“Quella macchinetta, con tutte ‘ste videocamere…”) è simpaticissima e a modo suo illuminante: quella macchinetta da meno di cento euri, in questo caso, ha prodotto un clip HD editabile (un reply slow-motion del quasi-impatto è una vera figata) e, se si fosse trattato di una partita importante, sicuramente commerciabile perché di qualità compatibile broadcast.

Il fatto è che il gap fra le riprese realizzate con camere consumer e quelle prodotte dalle camere professionali si sta rapidamente restringendo. Un iPhone dotato di accessorio steady costituisce ormai in molti casi l’attrezzatura standard dei giornalisti di Al-Jazeera  che talvolta provvedono anche all’ editing con l’aiuto di semplici “app” proposte da Avid e altri importanti player. In queste condizioni, con le attrezzature di postproduzione totalmente software-based e la standardizzazione che procede inevitabile togliendo spazi ai prodotti basati su standard proprietari, ebbene non occorre essere un genio per capire che il mercato di questi oggetti sta per essere rivoltato come un paio di calzini in tempi brevissimi. Il  dirigente di una “nota casa” giapponese, commentando questo fenomeno, ha ammesso che il problema esiste. Ma, ha aggiunto, i grandi broadcaster cercheranno sempre la massima qualità possibile e tutto sommato anche nel nostro settore you get what you pay for. Il che è incontestabile, ma il mercato non è fatto solo di emittenti pubbliche senza problemi contabili e di multinazionali con budget miliardari; in molti mercati operano broadcaster dotati della creatività e della fantasia necessarie per lavorare bene con mezzi tecnici validi ed economici come quelli che già adesso sono a disposizione di tutti anche attraverso eBay. E’ la convergenza, bellezza, e dubito che bastino gli affannosi e quasi quotidiani annunci dell’ ultimo sistema HD Stereo versione Plus DeLuxe Advanced a generare esigenze di rinnovo delle attrezzature tali da convincere gli operatori del settore, e gli utenti, a cestinare strumenti che funzionano benissimo – non in questo momento storico, almeno.
Questo secondo aspetto dell’evoluzione del broadcast avrebbe comunque la possibilità di evolversi in processo virtuoso, se gestito con intelligenza da gente dotata di visione che opera in un ambiente culturalmente adeguato: si possono ipotizzare piccole emittenti a copertura regionale, tematiche, che producono news locali e fiction,  gestite con modalità da artigianato e non da multinazionale, che puntano sulla qualità della produzione e non sul duopolio tette-culi. Certo, nel nostro desolato e desolante paese può sembrare fantascienza; ma – che piaccia o no – forse la decrescita sostenibile è l’unica alternativa all’ implosione catastrofica che ogni giorno di più vediamo sempre più inquietante all’orizzonte.

 

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Speciale IBC – day 2

11 settembre 2011 Nessun commento

first

Gran bella giornata di sole oggi, qui in Amsterdam. L’ inizio del fine settimana ha come sempre portato un considerevole numero di professional a varcare i cancelli del RAI alla ricerca compulsiva della novità, dello scoop, della breaking application. Fateci sognare, produttori.
Il fatto è, tuttavia, che di questi tempi non tira una gran aria di novità spettacolari. Diciamolo. Lo si capisce immediatamente dal vocabolario delle aziende, dal quale si intuisce con facilità il surriscaldamento neuronale dei  sales and marketing manager e dei communication director alla disperata ricerca di nuove e magiche parole in grado di evocare inevitabili e spettacolari sviluppi per il settore. Esaurito l’effetto dirompente di “Convergenza” – concetto di gran moda fino a qualche anno fa, prima che le aziende si accorgessero delle sue commercialmente nefaste implicazioni- resiste caparbiamente la formula “Soluzioni”.

Ho una particolare insofferenza per chi continua a proporsi come creatore, produttore o fornitore di “soluzioni”. Sono troppi, sembrano tutti uguali qualsiasi soluzione credano di avere escogitato, non se ne può piú. Se trovassi lo stand di un’azienda fornitrice di problemi, sarei tendenzialmente portato a comprare il prodotto a scatola chiusa -per lo meno saprei di avere a che fare con gente sveglia e innovativa, che diamine.
Quest’ anno va ancora molto la parola “filiera”, in particolare unita al verbo “armonizzare”. Armonizzare filiere sembra essere  molto sexy, a giudicare dal numero di aziende che si dedicano a questa misteriosa attività la quale, a ben vedere, altro non è se non cercare di lavorare nella maniera migliore –  cosa  alla quale si è sempre pensato fin dai tempi delle caverne, quando si doveva decidere il posto migliore per andare a caccia di bisonti; ma si suppone che ai tempi nessuno sprecasse tempo e neuroni per dare nomi alle ovvietà. Infatti a Neardenthal e dintorni chiunque avesse tentato di scroccare bistecche dichiarando di svolgere l`attività di marketing and communication manager avrebbe avuto vita difficile in qualsiasi tribù.

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A proposito di marketing: in questo sabato dal clima quasi mediterraneo che inevitabilmente induce allo svacco, alcune aziende hanno spostato le presentazioni nelle graziose strutture ai bordi del laghetto del RAI. Molto frequentate quelle di Sony e altri player che strategicamente hanno scelto location dotate del grande appeal derivante dall’ essere dotate di birreria a costo zero. Si tratta di una formula di promozione forse vintage ma sempre valida, a giudicare dagli applausi scroscianti che accoglievano le presentazioni dei prestigiosi prodotti delle aziende leader nel settore. Mi sono divertito a portare avanti un sondaggio artigianale e posso affermare che il 72% circa dei soggetti intervistati erano lì per via delle birrette  a volontà e il 20% aveva una vaga idea sul prodotto oggetto della presentazione. Il 98% del campione, comunque, si è dichiarato soddisfatto della qualità della Heineken spillata freschissima e servita impeccabilmente.  Il rimanente 2%  è astemio.  Mi chiedo: può una qualsiasi azienda di broadcast vantare numeri del genere per quanto riguarda la  customer satisfaction? Non è che l’armonizzazione della filiera dal luppolo al boccale sia più soddisfacente – anche in relazione al rapporto costi/ricavi?

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Speciale IBC

9 settembre 2011 Nessun commento

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Mica tanto bello il tempo qui ad Amsterdam, in occasione dell’ apertura della IBC 2011.
Mentre passeggio fra gli stand che come sempre  espongono il top dello state-of-the-art nel worflow delle solutions, cerco di capire se la IBC di quest’anno non sia leggermente diversa – se non serpeggi, sotto sotto, un minimo non dico di panico ma quanto meno un qualche leggerissimo accenno di disagio a riguardo della fase nella quale si trova il bioritmo economico, produttivo e sociale del pianeta Terra.
All’ apparenza qui è business as usual: volti sorridenti e beati, strette di mano da vecchi amici texani, tutto sotto controllo. La cosa non può che rincuorarmi;  ma ho a volte l’impressione di cogliere, nello sguardo ispirato e business-oriented di qualche chief executive officer o nel fluente dicorrere di una elegante EMEA marketing director, una traccia di incrinatura. Può sicuramente essere frutto di miei pregiudizi, quindi mi riservo di approfondire la faccenda.

Una delle novità di questa IBC2011 consiste nell’entrata inservizio del nuovo edificio progettato da Mels Crouwel nel quale è stato alloggiato uno sfiziosissimo ristorante italiano chiamato “d’ Antica”.

dantica1 Un mio amico, prestigioso chef, mi ha spiegato che il primo indizio da valutare in un ristorante italiano nel mondo è l’accuratezza nel menu esposto: “Se vedi errori d’ortografia -mi disse- non entrare neppure: significa che a chi lavora lì, del ristorante non frega niente”. In effetti,  a chiamare “bollicini” la categoria spumanti e allo stesso tempo proporre un prosecco da 37.50 la bottiglia ci vuole un bel coraggio. Comunque posso testimoniare di avere sentito un ragazzo del personale di cucina cantare “la società degli magnaccioni”, può anche essere che si mangi bene. Io mi sono fatto uno dei solito panini con aringa cruda cetriolo e cipolle, trovo che siano molto raffinati.

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Elenco – Prima puntata

22 agosto 2011 Nessun commento

pure_bug_tooTrovo che l’articolo con cui David Julian Price se n’è uscito su  Huffpost UK sia veramente simpatico.
Innanzi tutto Price  è competente (sa di cosa parla), si spiega (uno capisce quello che dice) e usa un intelligente umorismo (diverte senza perdere autorevolezza).  Tutto quello che uno come Tremonti avrebbe sempre voluto essere e per quanto ci provi non sarà mai, a ben vedere.
David Julian Price, dunque ha reso pubblico il suo pensiero sulla triste storia della radio digitale in Regno Unito.  Sull’ argomento la penso esattamente come lui: si tratta basicamente di un’operazione di puro spreco di denaro pubblico, dovuta a incompetenza e forse a interessi ben poco commendevoli.  Ma la Gran Bretagna è altrove, ben altre sciagure sociopolitiche ci attanagliano; prendiamola sul leggero e divertiamoci a compilare pigramente, a puntate,  un elenco delle migliori riflessioni di David Julian Price sulla situazione della radio digitale nel Regno Unito.

  • Se la radio digitale fosse una volpe, la cosa più umana da fare sarebbe spararle.
  • Il time-limit  per lo switchover obbligato al digitale in UK  è stato fissato al 2015. Mancano meno di quattro anni e il progetto è in confusione totale; se il progetto per le Olimpiadi del 2012 si fosse trovato in questa situazione tre anni fa, qualcuno nel governo sarebbe stato costretto a dimettersi.
  • William Rogers, responsabile del consorzio di emittenti locali UKRD, ha fatto sapere che “la scadenza del 2015 per lo switchover è morta e sepolta ( is dead in the water), sarebbe meglio svegliarsi e ammetterlo”.
  • I problemi che il DAB deve risolvere sono miliardi: tanto per cominciare quello della volontà politica e dei costi a carico dei contribuenti, nodi non facili da sbrogliare.  Poi viene la questione della copertura, di soluzione difficile e costosissima, senza contare l’andamento delle vendite dei ricevitori che procede a ritmi scoraggianti.
  • Ma non è tutto. Esistono a monte ben altri problemi di difficile, probabilmente impossibile soluzione, come…

Continua nella prossima puntata.

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    Saggezza indiana

    15 agosto 2011 Nessun commento

    Ragionavolmente soddisfatto dal pregevole piatto di Biryani Chicken cucinato in casa dal signor Banerjee ieri sera, era inevitabile che il mio pensiero svolazzasse pigramente verso l’ affascinante (molto) e misterioso (poco) Subcontinente indiano – dove gli uomini sono uomini, le tigri sono tigri e i broadcaster sono broadcaster, mica pentolai da quattro rupie o truffatori dilettanti degni di lunghi soggiorni nel carcere di Guwahati a scontare il loro vizietto del falso in bilancio.
    Prasar Bharati, authority pubblica per il broadcast indiano, ha deciso di dare un’accelerata alla copertura di All India Radio in modulazione di frequenza in 210 nuove location situate in città grandi e medie, in modo da raggiungere la parità con i privati (tutti i privati messi assieme) per quanto riguarda la copertura delle città grandi e medie. Si tratta di un investimento che solo in infrastrutture raggiunge le Rs 2,000 crore: il sistema indiano di espressione dei multipli di dieci mi è sempre stato ostile e azzardare una conversione esatta mi esporrebbe a errori clamorosi, per cui preferisco affermare che Rs 2,000 crore sono un sacco di soldi , più o meno mezzo milione di dollari che come investimento nella radiofonia pubblica non è niente male. E comunque l’ authority ha già contattato le amministrazioni locali di tutti gli stati indiani di modo che i lavori possano iniziare immediatamente dopo l’approvazione del progetto da parte del governo centrale di Delhi.
    Il settore della radiofonia, che in India comprende 36 operatori di emitenti FM, vale – a spanne – 300.ooo dollari che dovrebbero quanto meno raddoppiare entro il 2015 con l’ingresso di nuovi player; la radio pubblica All India Radio, con i suoi network a onde medie corte e FM, detiene attualmente il 35% del mercato, copre il 91.85 % dell’area geografica del Paese e raggiunge il 99.2 % della popolazione. L’ espansione della rete viene vista come una mossa finalizzata a mantenere la posizione predominante nel mercato e aumentare i fatturati prodotti da un mercato in continua espansione.
    Questa è cronaca. La questione interessante, secondo me, è la seguente: da una parte abbiamo l’ India dove una radio pubblica – cioè di proprietà dei cittadini –  investe somme ragguardevoli in nuove strutture, ammoderna le reti esistenti, accende nuovi trasmettitori, guadagna denaro, crea cultura e  posti di lavoro. Dall’altra in Italia si smantellano le reti RadioRai, i trasmettitori a onde medie o sono rottamati o vengono usati per “esperimenti” di trasmissioni digitali che nessuno ascolta, gli impianti sono obsoleti, il livello della programmazione è sotto al minimo sindacale di dignità.
    L’India è un paese povero e in via di sviluppo con un PIL che cresce del 7.8% all’anno; L’ Italia è un paese ricco e industrializzato del cui PIL è meglio non parlarne. Non è che si potrebbe reclutare un paio di economisti e/o businessman indiani con l’incarico di gestire la nostra radiofonia pubblica, dato che i cialtroni addetti a farlo stanno a tutti gli effetti appropriandosi di denari pubblici in quantità con l’unico risultato di mandare in vacca l’azienda che dovrebbero gestire?

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    A volte ritornano. Anzi, ogni estate.

    9 agosto 2011 Nessun commento

    Sun-NOAAPer qualche strano meccanismo psicologico che non intendo approfondire, continuo a dare un’occhiata al sito di “Repubblica” con inquietante regolarità, diciamo quasi tutti i giorni. E lo so benissimo che spreco il mio tempo in maniera indecente: a parte qualche anziano trombone che scrive di argomenti che conosce e di cui si nutre, tipo le congiure politiche del sottobosco romano, Repubblica ospita senza vergogna la produzione di soi-disant giornalisti tuttologi intenti a veicolare verso il prossimo qualsiasi belinata appaia in Rete, senza quel minimo di professionalità che imporrebbe quanto meno di capire quello che si copia.
    In estate poi, quando i professionisti del copiaeincolla vanno in ferie a svaccarsi la quattordicesima alla quale tutti noi contribuiamo regalando soldi per i contributi statali alla stampa,  in redazione restano gli sfigati – per lo più stagisti sfruttati senza vergogna e/o collaboratori ansiosi di fare curriculum.
    E più o meno tutte le estati che Dio manda in terra, puntuale come una gaffe di Berlusconi  (©Piero Ricca), ecco l’articolo sulle esplosioni solari che stanno per scatenare apocalittiche interruzioni delle comunicazioni.  E’ un classico.
    Non posso riprodurre la puntata 2011, a cura della fantasiosa e creativa Elena Dusi, perché protetta da un minaccioso copyright: non vorrei che Ezio Mauro, uno che si prende così sul serio da non togliere la cravatta manco sotto la doccia, scatenasse i suoi avvocati.  Mi limito a segnalare la godibilità dell’articolo,  secondo il quale “rischiano di subire interferenze anche le telecomunicazioni radio e i cellulari, soprattutto nelle aree vicine ai poli” (Panico fra gli eschimesi?).
    Per chi gradisse qualche minuto di comicità, il parto letterario e scientifico della signora Dusi è fruibile gratuitamente qui.  Alcune gag, come quella delle tempeste solari catalogate secondo la loro “veemenza”, sono classici del genere “traduco alla cazzo perché non capisco un belino”, ma altre sono frutto della fantasia dell’autrice – e di queste mi complimento con lei.
    In realtà, sta succedendo che l’attività solare va verso il massimo del ciclo  undecennale – roba del resto nota da secoli – e sicuramente la cosa influisce sulle telecomunicazioni, altra roba risaputa e studiata e documentata.  Ma non perché si tratti di qualcosa di inaspettato, sia chiaro: nei periodi di picco dell’ attività solare le emittenti broadcasting spostavano i programmi per l’estero su lunghezze d’onda maggiori, le stazioni costiere utlizzavano frequenze più basse per restare in contatto con le navi, insomma si prendevano provvedimenti per garantire il servizio con il minimo di disagi per l’utenza. Routine, o quasi.
    In realtà quello che sta dicendoci la NOAA, spacciando un fenomeno naturale e prevedibilissimo come fosse una manifestazione della collera divina, è che tutti questi fantastici sistemi di comunicazione basati sulla tecnologia satellitare non sono stati protetti e possono anche saltare come dei birilli a seconda delle bizze delle eruzioni solari. Ovvero che si è implementato un backbone di comunicazione sul quale ormai passa una quantità smisurata e critica di dati vitali (reti, localizzazione GPS, telefonia, sicurezza in mare e in cielo  e millanta altre robe basilari) senza minimamente tenere conto del fatto che il Sole ha le sue maree e le sue tempeste, cosa nota da millenni, e che le comunicazioni ne risentono di brutto, il che si sapeva già dai tempi del telegrafo a filo.
    Tanto varrebbe costruire ospedali sul greto del Po e sorprendersi perché se piove molto in autunno un ‘inondazione li spazza via, tanto per dire, oppure portare una coppia di tigri affamate a passeggio nel parco e meravigliarsi se ci scappa una strage di bambini, vero, o anche affidare il governo a un truffatore psicotico per poi stupirsi se il paese va in vacca.
    Al momento, comunque, i picchi massimi di attività solare sono sempre passati senza fare troppi danni: semplicemente, è andata bene. Potrebbero sicuramente verificarsi fenomeni di intensità ben maggiore e, per usare un’ apocalittica immagine della sempre immaginifica  signora Dusi, “oltre alle mappe cartacee, bisognerebbe ripristinare anche le candele”. Ma in tutti i casi non si venga a dare colpe alla sfiga, al destino cinico e baro, alle cospirazioni, alle scie chimiche, alla speculazione internazionale o ai magistrati comunisti. Ci si incazzi piuttosto, e giustamente, con la pessima e diffusa abitudine di affidare la gestione dei servizi comuni a pesone incompetenti, disoneste e avide di ricchezze. Fanno più danno costoro di quanti non ne facciano dozzine di mega flare (traduco per la signora Dusi: esplosioni solari) messe assieme.

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    Fette di salame sugli occhi

    2 agosto 2011 Nessun commento

    7778transistor_radioHo fatto colazione, stamani, godendomi il fresco di questa strana estate. Fra un sorso di succo di mango, una forchettata di uova strapazzate con il bacon e un’occhiata alla bougainville decorata da una finissima rugiada, scorrevo come sempre la mia copia del Pakistan Observer, l’autorevole quotidiano di Islamabad che talvolta offre interessanti insight sulla poltica e sullo sviluppo sociale di una importante porzione del vasto e complesso subcontinente indiano.
    Orbene: pare che la Pakistan Electronic Media Regulatory Authority (PEMRA) abbia emanato una serie di direttive che orientano in maniera molto precisa lo sviluppo del broadcast in Pakistan.
    Trovo molto significativa la parte che riguarda il servizio di radiofonia: si parla di un aggressivo piano di modernizzazione che prevede tra l’altro l’ upgrade dell’emittente in onda media di Larkana da 10 a 100 kW, la sostituzione dei vecchi  trasmettitori di Hyderabad e di Multan con moderni impianti da 100 kW e l’ ammodernamento delle attrezzature di studio un po’ ovunque. Il tutto supportato da un sistema di Virtual News Room per condividere contenuti in tempo reale fra le redazioni di Lahore, Karachi, Peshawar e Quetta.
    Onda media, quindi, a tutta manetta.  Chi interpretasse questa mossa come terzomondismo obsoleto sbaglierebbe di brutto. Radio Pakistan è disponibile anche su 15 canali in stream su Web e 4 canali per dispositivi mobili: terzo mondo sarete voi. La scelta evidentemente è quella di puntare su infrastrutture avanzate per arrivare alla diffusione di un segnale di qualità  fruibile nel modo più capillare, efficace, pratico ed economico possibile: la radio, ascoltata a casa, in auto, sull’autobus, nei campi, sulle barche, ovunque.
    I pakistani sono 107 milioni di persone; Islamabad, per dire, ospita tredici milioni di uomini, donne, anziani e bambini. La cultura islamica e tribale  come al solito non facilita la crescita economica, ma nonostante queste palle al piede l’economia cresce del 4% all’ anno. L’ esercito pakistano dispone tra l’altro di alcune simpatiche bombe nucleari, segno che le nostre stereotipate immagini di paese irrimediabilmente arretrato e popolato da straccioni analfabeti risultano quanto meno fuorvianti.
    In Europa le onde medie si spengono e governanti di rara incompetenza spendono – e intascano – somme paurose di denaro pubblico per trasmettere programmi fantasma fruibili con ricevitori DAB di scarsissima diffusione o addirittura per inquinare l’etere con trasmissioni DRM che nessuno ascolta semplicemente perché nessuno commercializza ricevitori per un sistema tanto palesemente demenziale. In Pakistan il digitale si utilizza nel posto giusto della filiera, ovvero in sede di produzione e di gestione dei backbone, lasciando all’analogico il ruolo nel quale eccelle, cioè la diffusione dei contenuti da fruire per mezzo di dispositivi economici, di efficienza ottimale, a basso consumo e costruibili eventualmente  in loco da aziende anche piccole o medie.
    Si tratta di filosofie opposte, una delle quali deve necessariamente essere migliore dell’altra. Vogliamo rilettere sulla cosa, possibilmente tenendo conto dell’ ipotesi che i pakistani, anche per questioni religiose, non abbiano necessariamente le fette di salame sugli occhi?

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    Giappone

    14 marzo 2011 Nessun commento

    sonySi parla molto della straordinaria compostezza con cui il popolo giapponese sta affrontando i giorni più terrificanti della sua storia recente. Quella gente è davvero ammirevole e sicuramente merita tutta la nostra solidarietà.

    Abbiamo appreso che a seguito della catastrofe, le reti di telefoni cellulari sono andate fuori uso nel giro di qualche minuto – sia per danni alle infrastrutture, sia per sovraccarico.  C’era da aspettarselo: sperare che una rete cellulare rimanga in piedi dopo avvenimenti del genere è pura illusione. La rete Internet, specialmente nelle zone devastate, è scomparsa nello stesso momento e le famose notizie via Twitter o via Facebook, di cui si è parlato abbastanza a sproposito, venivano da Tokyo o da località comunque non del tutto distrutte. La TV trasmetteva, ma anche in questo caso dove c’era più bisogno di notizie e istruzioni non esistevano più né i televisori né l’energia elettrica.

    Ancora una volta, ad aiutare chi è riuscito a scampare al terremoto e allo tsunami c’è voluta la semplice, umile e tanto “obsoleta” radio. Si vedono spesso, nei filmati che passano in queste ore su tutte le TV del mondo, persone con l’orecchio incollato alla radiolina e intorno altra gente in circolo, attenta, riunita attorno alla voce che rappresenta la speranza e forse la salvezza.

    Nei prossimi giorni, sempre che non succeda di peggio, in Giappone si dovrà vivere al ritmo dei black-out pianificati nella fornitura dell’energia elettrica. Tutti sono inoltre invitati a consumare il minimo di energia possibile, e c’è da essere certi che lo faranno in maniera rigorosa. Anche lasciando spenti televisori al plasma, 3D, HD e WideScreen per ascoltare le informazioni attraverso il meno vorace apparecchio radio.

    L’ industria giapponese, che si considera e viene vissuta come patrimonio della comunità e non si tira indietro quando c’è da dare una mano, sta facendo la sua parte. La  Sony per esempio ha già stanziato 300 milioni di Yen da destinare ai soccorsi e distribuito 30.000 apparecchi radio. Piccole, efficienti, semplici radio a transistor, di quelle che con tre batterie da un volt e mezzo vanno avanti per giorni e funzionano anche quando intorno tutto è buio, quando nelle metropoli si accendono le candele, quando una voce può salvare dalla disperazione chi è solo o costretto nei centri di accoglienza.

    Non è poco. Quello di Sony è un gesto che dimostra intelligenza, sensibilità e – diciamolo – per una volta attenzione alla persona anziché al consumatore. Ne sono lieto; per l’ insostituibile radio, che una volta di più dimostra l’ imbecillità e l’ incoscienza di chi smantella emittenti, e per la Sony che dimostra di sapere quali sono le cose importanti quando il business passa in secondo piano.

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    Libia

    24 febbraio 2011 Commenti chiusi

    ly-map Stanno succedendo cose importanti di questi tempi, in Libia. Le notizie, come sempre in questi casi, sono frammentarie, contradditorie e contraddette da un’ora all’altra, catastrofiche o rassicuranti – insomma, c’è confusione ed è anche normale che sia così.

    L’ informazione italiana in questa occasione  si distingue, a mio modo di vedere, per una certa qual passività. Televisioni e radio riprendono agenzie, citano Twitter e Facebook, “voci” raccolte qua e là, telefonate di turisti, comunicati più o meno ufficiali. Cose quasi sempre di riporto. Del resto, questo passa il convento.

    Mi sembra che, a forza di interattività, largabanda, newmidia e digitalstereo, ci si sia un po’ dimenticati dell’acqua calda. In questo caso della radio: la radio-radio, quella che quando è il caso si riceve anche fuori dal bacino di utenza. Chissà perché. Eppure, da Marconi in poi, chiunque abbia organizzato una rivoluzione, una sommossa, un colpo di stato o una sollevazione qualsiasi si è sempre posto come obiettivo primario l’occupazione delle stazioni radio e TV, prima ancora del palazzo del governo da abbattere. E non mi sembra il caso di spiegare perché né tantomeno di insinuare che l’operazione, disponendo di tempo e soldi, si può anche realizzare senza sparare un colpo: sono altre storie.

    In Libia, comunque, le forze anti-Gheddafi dispongono già di alcune stazioni della rete nazionale  dalle quali hanno cacciato, speriamo solo a calci e non a colpi di Kalashnikov, i dirigenti per fare informazione alternativa. Si tratta di emittenti in onda media. Ricordate le onde medie? Quelle che si ricevono con una radiolina da due euro e coprono interi paesi, isole incluse? Quelle che in Italia sono state quasi tutte spente? Ecco, quelle.

    In onde medie la nuova informazione si chiama Libya Al-Hurra (Libia Libera) e viaggia in AM fino ai più sperduti accampamenti di beduini. Anche più in là, visto che con una semplice stazione radioamatoriale la si riceve, seppur con qualche interferenza, anche nel Nord Italia. In Sicilia sicuramente  si sente anche con l’autoradio o con una radiosveglia.


    Non conosco l’arabo e non ho idea di che diavolo vadano dicendo. Ma, volendo, potrei ingaggiare part-time Samir, il figlio del fornaio egiziano di fronte a casa, che sarebbe felice di stare lì a sentire, tradurre, riassumere. E avrei news fresche, sicuramente interessanti, terribilmente up-to-date.

    L’idea è così semplice da sfiorare e forse superare il limite della banalità.  Ma, che io sappia, le nostre millanta emittenti radio continuano a trasmettere musicaccia e informare leggendo le agenzie. Male, molto male; perché anche in questo paese ultimamente sta ritornando voglia di informazione genuina, diversa, alternativa, interessante. Forse anche emozionante, a volte.  Qualche imprenditore del broadcast intende rendersene conto, o aspettiamo come sempre i cinesi?

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    Viaggiare informati

    4 febbraio 2011 Nessun commento

    isoradio_logoCi sono notizie importanti che mi sfuggono, ed è un peccato.  Sono per esempio uno dei pochissimi a non avere esultato, un paio di settimane or sono, per l’assegnazione del prestigioso Premio Personalita’ europea 2010 al dottor Aldo Papa, l’ex precario RAI assurto alla direzione dei servizi di publica utilità grazie alla Lega Nord. I servizi di pubblica utilità RAI, per chi non lo sapesse,  comprendono: la Filodiffusione, sistema storico per il quale non è possibile  acquistare terminali d’ascolto dato che da decenni nessuno li costruisce;  CIS-Viaggiare informati, che produce brevi bollettini di infomobilità inseriti nei palinsesti di RadioRAI, e il noto Isoradio 103.3, da ormai vent’anni croce e delizia dei pendolari, dei camionisti e dei vacanzieri bloccati in autostrada.

    Isoradio è un servizio di pubblica utilità decisamente curioso. Finanziato con denari del contribuente, per qualche strana e molto “itaglian” alchimia finanziaria  non funziona affatto su tutto il territorio nazionale bensì si occupa – sia come copertura di news sia come strutture di trasmissione – esclusivamente della rete Autostrade per l’Italia SpA più qualche  tratta gestita da altre aziende, ma non dell’intera rete nazionale.  Il resto, per Isoradio non esiste – o esiste solo nei collegamenti con CIS. Uno, per esempio, va da Genova a Milano percorrendo la A7? Ebbene, passata Serravalle Scrivia il segnale Isoradio sparisce.  In caso d’incidente fra Tortona e Castenuovo, si finisce in coda perché Isoradio non solo non si sente più, ma neanche l’aveva detto quando il il suo segnale era forte e chiaro. Si va a Livorno? Stessa cosa per la tratta daSestri Levante a Livorno, e si potrebbe andare avanti per un bel po’.

    E’ ipotizzabile che addentrarsi nei garbugli finanziari di questa ennesima anomalia italiana sarebbe un’esercizio illuminante ma deprimente; lasciamo perdere. Sta di fatto, comunque, che con i nostri soldi si è realizzata una gigantesca struttura che discrimina i propri utenti su basi del tutto estranee alla sua mission.  Così come stanno le cose, molto meglio seguire l’infotraffico di Radio 24 che sarà pure stringato e non troppo frequente, ma almeno è affidabile e informa sulle eventuali difficoltà presenti sulla strada senza fare figli e figliastri.

    Il resto di Isoradio è solo condimento: una colonna sonora quasi esclusivamente made in Italy, con interpreti e soprattutto autori così ricorrenti da evocare qualche strano percorso privilegiato per i versamenti dei diritti d’autore; titoli dei giornali radio; qualche servizio sul settore trasporti e molti, troppi riempitivi all’interno di una conduzione non di rado svogliata.  Servizio pubblico, insomma.

    La buona notizia è che, come sempre, l’ inadeguatezza del servizio pubblico lascia terreno all’iniziativa privata.  Le emittenti locali FM si ritrovano, volendo, con un mare di opportunità per inserirsi nel lucroso mercato dell’ infomobilità. Le nuove tecnologie di distribuzione dei contenuti attraverso reti avanzate aprono orizzonti impensati per chi sappia avere la creatività e la visione necessarie a immaginare network di infomobilità decentrati, capillari, interattivi, flessibili, aggiornati, veramente utili e pertanto seguiti e quindi giustamente redditizi. Certo, se si preferisce trasmettere hit-parade e notiziari d’agenzia perchè costa poco in termini di innovazione e apertura mentale, come non detto: ci teniamo il Premio personalità europea, ci congratuliamo con il dottor Papa per l’altissima professionalità e tutti contenti.  Ma non lamentiamoci, poi, se arrivano prima i cinesi.

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    Le autostrade italiane viste da Isoradio

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