Verdetto a sorpresa per Julian Assange. La giustizia britannica ha negato l’estradizione in Usa del fondatore di WikiLeaks poiché, data la sua condizione psicologica, rischierebbe il suicidio in un carcere statunitense.
La giudice ha respinto le tesi della difesa, secondo cui Assange sarebbe protetto dalle garanzie legate alla libertà di espressione, affermando che la sua “condotta, se provata, ammonterebbe in questa giurisdizione a reati non protetti dal diritto di libertà di stampa”.
Tuttavia, la depressione clinica di cui Assange soffre si aggraverebbe se dovesse affrontare l’isolamento cui sarebbe probabilmente sottoposto nelle carceri Usa.
Negli Stati Uniti il mediattivista australiano deve rispondere di 18 capi di imputazione per aver contribuito a svelare file riservati americani relativi fra l’altro a crimini di guerra in Afghanistan e Iraq.
Rischiava una condanna a 175 anni.
Il governo di Washington ha ora la possibilità di ricorrere contro la sentenza e il rappresentante legale dell’ambasciata Usa ha già preannunciato che lo farà. Intanto la difesa dell’hacker australiano ha dichiarato che chiederà la libertà su cauzione del suo cliente.
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