Il Big Brother digitale è tra noi, secondo il filosofo Michel Onfray Il Big Brother digitale è tra noi, secondo il filosofo Michel Onfray
È uscito anche in Italia “Teoria della dittatura” (Ponte alle Grazie), il nuovo saggio di Michel Onfray, in cui il filosofo francese descrive le... Il Big Brother digitale è tra noi, secondo il filosofo Michel Onfray

È uscito anche in Italia “Teoria della dittatura” (Ponte alle Grazie), il nuovo saggio di Michel Onfray, in cui il filosofo francese descrive le sette fasi che trasformano uno Stato in dittatura e i pericoli del Grande Fratello tecnologico. In una recente intervista al quotidiano Repubblica, Onfray ha confermato le ragioni del suo pessimismo sul futuro digitale e sul tentativo di ‘democratizzare’ la rete, caro per esempio a sir Tim Berners-Lee. Eccone uno stralcio.

“La moralizzazione della rete, che tra le altre cose implicherebbe di far rispettare le leggi di un paese anche ai social network, è un pio desiderio: in rete, in forma anonima, si può essere negazionisti, revisionisti, antisemiti, misogini, fallocrati e quant’altro. Dobbiamo adattarci alla realtà: tutto questo è segno del decadimento della nostra civiltà e dell’avvento di un altro mondo che avrà più a che vedere con Orwell e Huxley che con Dante e Cartesio”.

“In passato il fascismo, di destra o di sinistra che fosse, era vistoso: si presentava armato, con stivali ed elmetto, usava la polizia, l’esercito, i servizi segreti, le prigioni, i campi recintati con filo spinato e le torri di guardia. Oggi, invece, il fascismo non si vede, ma di tanto in tanto assistiamo ai suoi effetti. Il Big Brother orwelliano è più scaltro di tutti i servizi di polizia e di intelligence mai esistiti, perché noi stessi siamo allo stesso tempo vittime e carnefici di questo dispositivo di sorveglianza e di controllo. Non è mai esistita tanta servitù volontaria sul nostro pianeta quanta ce n’è oggi. La Boétie ci ha già dato la ricetta per sottrarci: “Siate risoluti a non servire più, ed eccovi liberi”. Per farlo, però, bisogna prima rendersi conto di essere asserviti, perché non c’è schiavo peggiore di chi si crede un padrone”.

Piero Ricca